TRANSASIA - Cap. 12: Balcani low-cost, più di quanto già lo siano

TRANSASIA - Cap. 12: Balcani low-cost, più di quanto già lo siano

L’umore non è alle stelle, quando devi inventarti cose assurde per arrivare in un posto, e in quel posto l’attività principale è morire di fame.
Samarcanda è la destinazione per eccellenza del nostro viaggio lungo la Via della Seta, ma non ho ancora capito bene perché i miei amici siano così a corto di fondi.
Perché io non abbia un soldo invece, lo so benissimo. 

L’ultima volta che siamo stati insieme è stato ad Atene. Loro hanno proseguito verso la Turchia, mentre io ho risalito più lentamente la penisola ellenica, in attesa dell’inizio di una conferenza a Katerini dove dovevo presentare un seminario.
La storia di questa conferenza inizia nella macchina del mio collega Paolo, più precisamente sulla panchina posteriore che condivido con altre tre persone.

 

“Non so ancora come avete fatto a convincermi”, si lamenta il passeggero turco che tiene un israeliano in braccio.

“Non frignare”, taglia corto Paolo. “Dalla stazione alla spiaggia son venti minuti in macchina. Se vuoi fartela a piedi coi bagagli basta dirlo e accosto subito”.

“Sì, sì, fai poco lo spiritoso. Son sicuro che le conferenze delle case farmaceutiche hanno una logistica un po’ migliore”.

“Non c’è paragone. Lì i dottori sono pagati per andarci, noi siamo già oltre: paghiamo noi per poter partecipare”.

“Dai Paolo non dire così”, intervengo io. “L’albergo è offerto, e poi è una bella occasione per rivederci tutti…”

 

“Certo, certo, disse quello che non sarebbe nemmeno venuto se non fosse per strada. Fino a Sidney in pattini a rotelle, è questo il piano no?”, scherza Paolo.

“Cos’è che vuoi fare?”, chiede stupito il ragazzo serbo sul posto davanti.

“Paolo dice stupidaggini. Vado in treno fino in Cina”.

“Ah, perdonatemi. Devo aver detto una cosa irragionevole. Meno male che ci siamo chiariti ora”.

La macchinata ride.
Il serbo, con cui non avevo tanta confidenza, riprende educato.

 

“Ho capito. E fino adesso dove sei stato?”.

“Finora solo in Sicilia e in Grecia. Atene, Delfi, Meteora...”.

“Da solo?”.

“È... complicato. Mi rivedo col mio gruppo poi in Azerbaigian, però ne ho incontrato un altro qui in Grecia”. E racconto delle serate con Maria.

“E quindi ti rivedi con questa Maria?”, chiede l’israeliano.

“A meno che non sia il suo cellulare quello che io sento, direi che perlomeno ci spera”,  insinua il collega turco contro cui sono schiacciato, fra le risate fragorose degli altri.

 

quattro sul sedile posteriore

 

Il mio imbarazzo non dura troppo a lungo. Poco dopo arriviamo all’albergo, a venti metri dalla spiaggia.
Iniziamo subito con due ore di seminari, ma arrivata l’ora di pranzo ci viene proibito di restare in sala, e intimato di andare a rilassarci al sole e fare il bagno fino alla ripresa delle presentazioni. Nella vita ho dovuto seguire ordini più a malincuore di questo, devo dire.
La gente distesa sulla sabbia intorno a me proviene da un’area molto estesa, che va dalla Slovenia fino alla Turchia, da Cipro fino alla Romania. Per me è anche un’occasione per poter parlare un po’ di rumeno con qualcuno, anche se mi prendono in giro perché lo parlo con accento italiano.

Rientriamo in sala, e dopo altre tre ore di dibattiti, workshop, e corsi di aggiornamento sulle ultime novità del settore, concludiamo la prima giornata.
Altro bagno, altro ozio al sole, cena in compagnia, e serata tutti insieme sulla spiaggia.

 

Si alternano palinka e rakija di prugne, liquori tipici dei balcani, e Irish Car Bomb, un cocktail di cui non avrei voluto sapere l’esistenza: dentro dei boccali di birra, si fa cadere un bicchierino da shot con dentro del liquore cremoso. I due drink si mischiano e l’intruglio si beve alla goccia. Il sapore iniziale è buono, il problema è che dopo pochi secondi, da delizioso diventa disgustoso, quindi è difficile solo “assaggiarlo”.

“Perché tu non finire?”, mi chiede in inglese approssimativo un collega croato. “Tu spreca alcool!”.

“È il terzo, non riesco a finirlo…”

Le decine di altre persone urlano “buuuh”, ridono, e poi continuano con le gare fra campioni incuranti del proprio fegato.

“L’Italia ti ha rovinato”, mi dice Paolo, mettendomi un braccio intorno alle spalle. “Sei sudatissimo! Non lo reggi proprio eh? Dai prendi questo, ti farà star meglio”.

Mentre mi tolgo la maglietta m’immagino del caffè, dei cracker molto asciutti, o semplicemente un boccione d’acqua, di quelli che si trovano negli uffici.

 

“Feta greca?”.

“È tutto quello che ho trovato!”, si giustifica Paolo. “Meglio adesso? Dai, torniamo a essere professionali e a fare team building con gli altri”.

“No no, io sto qui tranquillo per un po’”.

“Eddai!” e così dicendo, mi strappa la maglietta di mano e la lancia a dei cani randagi che ci osservano da un po’. La muta si mette immediatamente a correre lontano da noi col bottino fra i denti. Io parto subito all’inseguimento, ubriaco, senza pensare che mi potrebbero mordere, che potrebbero avere la rabbia, che corro loro dietro da così tanto tempo che non sento più nemmeno le grida sguaiate della comitiva. Non ce la faccio più e rallento, ma anche i cani lo fanno: pensano che stiamo giocando.

 

Cammino lentamente, li raggiungo, tiro un po’, e recupero la maglietta. Ritorno trionfante al gruppo, accolto dagli applausi, ma un altro buontempone mi strappa di nuovo di mano la maglietta e la rilancia ai cani, che mi avevano seguito, come se stessimo giocando a palla.
Mi rendo conto di aver finito le energie, ma tornare in camera non è così facile. Raggiungo il mio letto in quello che sembra un unico interminabile respiro, sputo un po’ della sabbia che avevo in bocca, e svengo.

Mi risveglio pochi minuti prima dell’inizio della mia presentazione, e corro in sala a stomaco vuoto.
Per fortuna, metà della gente è ancora assente.
Decidiamo di aspettarli, facendo capire agli organizzatori che iniziare i seminari del secondo giorno alle 9 era ottimista ai limiti del ridicolo. Il mio seminario è una simulazione di situazioni difficili in cui ci possiamo trovare nel nostro lavoro: bisogna usare l’intuizione e tutti gli indizi a disposizione per comportarsi nella maniera più diplomatica possibile e dare al cliente un’ottima impressione di customer service.

 

Torno in camera a fare i bagagli e controllo anche il conto. Il saldo è proprio basso, un numero di euro a due cifre. Mi ricordo allora dei 200 dollari statunitensi sul mio conto PayPal. Li ho tenuti lì perché più si va a est, più facili sono da usare rispetto agli euro.
Ho scoperto di recente però che non c’è modo di ritirarli in contanti: dato che il mio conto italiano è in euro, l’unica soluzione è di convertire prima questi dollari in euro, e solo dopo trasferirli sulla mia carta, perdendoci anche con il cambio.

Tant’è: non ho alternativa.
Sulla app ci sono due pulsanti, “aggiungi soldi” e “ritira soldi”.
Mi viene un dubbio però: “aggiungi soldi” può essere interpretato sia come “aggiungi soldi dal conto PayPal al tuo conto bancario” - che è quello che voglio fare - sia come “aggiungi soldi dalla tua banca a PayPal”, svuotandomi il conto.
Non trovo nessuna info lontanamente utile.
Non potevano chiamarli “Manda soldi alla banca” e “Manda soldi a PayPal”?
Pazienza, ne scelgo uno, e se è quello sbagliato, annullo l’operazione.

 

“Fra 48 ore, il tuo saldo PayPal sarà di 400 USD”.

Ti pareva.

Scrivo “400 dollari”, e premo l’altro pulsante, per mandare soldi sul conto.

“Saldo insufficiente. Il tuo saldo attuale è di 200 USD”.

A-ha, quindi i soldi arriveranno su PayPal solo fra 48 ore!

Quindi devono essere ancora sul conto bancario:

“Operazione eseguita con successo. Il suo saldo è di -112 EUR”

Bravo George, sei riuscito a far sparire 200 dollari nel nulla. Speriamo solo per 48 ore.

 

Dai, almeno trasferiamo quei 200 dollari da cui è partito tutto, da PayPal, verso il conto bancario, da cui li posso ritirare e usare.

“Congratulazioni! 200 USD saranno trasferiti sul suo conto bancario in massimo 10 giorni lavorativi”.

È una battuta.
E non fa ridere.
Conosco gente che riesce a sperperare centinaia di euro in pochi minuti su delle sciocchezze, però ci vuole abilità per farlo e non avere nulla in cambio.

 

Scendo nella lobby di umore nerissimo, ma innumerevoli abbracci di addio mi tirano un po’ su il morale. Risalgo in macchina con Paolo e altri colleghi serbi, e mi faccio dare il mio primo strappo internazionale, dalla Grecia, attraversando tutta la Macedonia, fino a Niš, la città più grande del sud della Serbia, dove arriviamo intorno a mezzanotte.

“C’è un treno che porta a Sofia in partenza alle 2 di notte. Ci vogliono tre-quattro ore per arrivare da tabella, ma ci potrebbe volere di più, passare il confine implica sempre delle situazioni comiche”.

“Cioè? Gente che traffica roba?”.

“Sei sveglio. Dai, prendiamo qualcosa da mangiare intanto”.

 

pljeskavica

Passeggiamo lungo la riva della Nišava, illuminata dai lampioni, fra i giovani che bevono birra e chiacchierano seduti sui muretti.
Se le ragazze macedoni mi avevano lasciato indifferente, quelle serbe invece hanno un modo particolare di scuotere i capelli, per dirla da gentiluomo. Ci fermiamo a una bancarella di strada che frigge salsicce e altri tipi di carne, e lascio Paolo ordinare per me. Do il primo morso, e mi s’illumina il viso.

 

“Cos’è?”.

“Šarska pljeskavica”.

“Come hai detto tu! È una rivoluzione!”.

“Vabbè, anche a me piace, però non arriverei a dire…”

“Non capisci. Invece di mettere il formaggio sopra la carne, il formaggio è dentro la carne!”, e do altri due morsi aggressivi.

“Eh. Mangio questa roba da quando ho tre anni. Quindi?”.

“È troppo meglio così. Non sapete che fortuna avete”.

“Ahah, guarda, faccio scambio di passaporti quando vuoi”.

 

Continuiamo a chiacchierare andando alla stazione, e gli racconto di quanto sono stato imbranato coi soldi.

“Il treno parte dal binario 1, questo è il biglietto…”

“Grazie”.

“Questi sono 1000 dinari serbi, se hai sete o fame sul treno, ci sono ragazzi che vendono snack”.

“Ok”.

“Questi sono 100 dollari, dovrebbero bastarti fino a quando ti si sblocca il PayPal”.

“Non li avevo mai visti azzurri! Belli!”.

“Non farti distrarre dalle farfalle per favore”.

“Scusa, sono attento”.

“E infine questi sono 10 denari macedoni”.

“Per cosa?”.

“Sono belli! Hanno un pavone sopra!”. Gli do un pugno sul braccio e ridiamo insieme. In momenti come questi ti rendi conto del perché vai d’accordo con qualcuno.

 

“Seriamente, non ho altro da darti adesso, aspetto anch’io dei pagamenti, però passi da Plovdiv no?”.

“Fra 12 ore spero”.

“E hai già sentito il mio amico lì? Mi deve una buona quantità di lev bulgari”.

“Non è sicuro che riusciamo a incontrarci”.

“Vabbè al massimo m’invento io qualcosa. Purtroppo PayPal e bonifici bancari fatti dalla Serbia all’estero mi costano un’occhio della testa. Ora vado, ce n’è ancora fino alla mia città. In bocca al lupo, vedrai che Istanbul ti piacerà. Quello che c’è dopo, meno”.

“Perché dici così? Sei stato anche tu negli “-stan”?"
“Si vede che sei cresciuto in Italia…”, Paolo scuote la testa con fare grave. “Hai dimenticato il precetto base dei Balcani: puoi andare dove vuoi, l’importante è che sia verso occidente”.

 

 

George Gavrilita

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LEGGI QUI TUTTE LE PUNTATE DI "TRANSASIA"

Prologo: Chiacchiere in Georgia
Cap I - Verso la Cina, con mezzi di fortuna
Cap II - Fuga dall'aeroporto di Baku
Cap III - Visti per l'Uzbekistan e rovine greche
Cap IV - Bloccato a Baku, senza soldi né amici
Cap V - Turismo di sopravvivenza in Azerbaigian
Cap VI - Uzbekistan, mari prosciugati e paranoia collettiva
Cap VII - Sul treno Tashkent-Samarcanda delle 8.54
Cap VIII - La gloriosa traversata del Caspio
Cap IX - Nuovi incontri tra le guglie di Meteora
Cap X - La movida di Salonicco
Cap XI - La Pepsi di Tamerlano
Cap XII - Balcani low-cost, più di quanto già lo siano
Cap XIII - Il bagno turco

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