1960-2010 - Cinquant’anni di tennis tra evoluzione e rivoluzioni (puntata #1: gli anni ‘60)

Federer e Laver

In questo e in altri quattro post, che saranno pubblicati ogni lunedì nel corso del prossimo mese, cercheremo di riassumere i principali momenti di evoluzione, e talvolta di rivoluzione, della storia del tennis.
Limitiamo l’indagine agli ultimi cinquant’anni: il mezzo secolo nel quale questo gioco meraviglioso ha radicalmente cambiato la propria natura. Concentriamoci, per ora, sul solo tennis maschile. 
Avremo modo, in futuro, di dedicare spazio e pagine anche al tennis femminile.

Il tennis cambia più velocemente di altri sport. C’è più differenza tra Rosewall e Agassi che tra Sivori e Maradona. Dal momento che il tennis si gioca con un attrezzo (la racchetta, appunto), l’evoluzione tecnologica incide maggiormente rispetto ad altri sport, tecnici e non solo atletici, in cui l’importanza dello strumento è meno fondamentale.
Ci ripetiamo: c’è più differenza tra la Donnay di Borg e quella del primo Agassi che tra il Tango e lo Jabulani. O meglio: la differenza tra le due racchette incide di più sul gioco rispetto a quella tra i due palloni.
Altro elemento ugualmente decisivo, il tennis cambia in tutte le sue componenti: materiali e superfici di gioco (introduzione dei tappeti indoor, delle superfici in sintetico etc.), tipologia di preparazione atletica, regolamenti e inquadramento sociale degli atleti.

GLI ANNI '60: DALLA DIVISIONE TAR PRO E DILETTANTI ALL'ERA OPEN

Gesti (e, naturalmente, palline!) bianchi, giocatori elegantissimi, la divisione (romantica? ipocrita?) tra dilettanti e professionisti, il dominio degli australiani.
Nomi come Rod Laver, Ken Rosewall, Neale Fraser, John Newcomb, Roy Emerson, ma anche Nicola Pietrangeli, Manolo Santana, Arthur Ashe e tanti altri.
Tre slam su quattro si giocano sull’erba. Sono i gloriosi anni ’60 e il tennis era questa roba qua: un affare, ancora, di gentiluomini.

(immagini della finale di Wimbledon del 1961 tra Fraser e Laver, con commento “postumo” di Rino Tommasi su Koper)

Notate quanto poco tempo passa tra la prima e la seconda di servizio. Laver, in particolare, non fa neanche rimbalzare la pallina con la mano tra prima e seconda – un gesto (in parte istintivo e in parte “culturalmente” acquisito) comune a quasi tutti i giocatori del mondo.
Teniamo presente che, all’epoca, l’arte del tennis si apprendeva dal maestro, come autodidatti o assistendo alle partite dal vivo. La televisione trasmetteva pochissimo tennis, o non ne trasmetteva per nulla.
Quel meccanismo mimetico che permette di introiettare modi e atteggiamenti dei propri idoli (lo stesso per cui, oggi, i baby-calciatori imparano prima la “bicicletta” e poi a passare il pallone) non era stato ancora completamente innescato: ecco spiegata la poca gestualità, la totale assenza di tic e la brevità del tempo che passa tra prima e seconda di servizio (guardate invece, per esempio, i tic di Nadal).

Tra le grandi invenzioni tattiche del decennio, menzioniamo il pallonetto utilizzato come colpo di (contr)attacco (copyright proprio di Rod Laver); ma la grande “rivoluzione culturale” del tennis avviene nel 1968: interessi commerciali portarono al superamento della distinzione tra tornei per professionisti e tornei per amatori; vide la luce così l’era open, con relativa “apertura” (appunto) di tutti i tornei a tutti i giocatori e introduzione dei premi in denaro.
Nel tennis esiste un “prima” e un “dopo”: il confine è proprio l’anno 1968.

Andrea Donna
@AndreaDonna

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